La Modernità fa “della crisi un valore”

La modernità non è un valore temporalizzabile, è uno stato, una tensione, una coscienza, che fa della crisi un valore”

Bruno Zevi

Studiando per un esame di restauro, mi sono imbattuta in un passo tratto da “Pretesti di critica architettonica” di Bruno Zevi.

Nel rileggere in chiave critica la produzione architettonica di Michelangelo Buonarroti, Zevi istituisce un felice parallelo tra le particolari condizioni storiche in cui si trovava ad operare il genio del non finito, e la situazione attuale (il libro è del 1983):

Nell’intero panorama della storia architettonica, Michelangiolo, contro ogni apparenza, è la figura da cui gli architetti oggi hanno più da imparare, in quanto agisce in una situazione sociologica, linguistica e professionale che presenta straordinarie analogie con quella che noi attraversiamo.. (continua a leggere)

L’ho riportato, eliminando alcuni paragrafi troppo specifici, un po’ perché è una lettura della situazione architettonica odierna che esprime razionalmente la sensazione di spaesamento e angoscia che avverto (come, credo, molti altri studenti di architettura), neanche troppo vagamente, non appena mi accingo a mettere mano a un progetto ..e sono ancora esami!  E poi, molto più ingenuamente, è confortante leggere di periodi storici in cui sembrava, come adesso, non esserci una direzione alternativa alla massificazione del linguaggio dell’architettura.

[…] Michelangelo cresce nell’ambiente fiorentino di Lorenzo de’ Medici, quando la floridezza economica del primo Rinascimento è già entrata in crisi, e ad un’epoca eroica segue un periodo dominato da una classe che vive di rendita e privilegi di casta, da una generazione, dice Arnold Hauser, di ricchi eredi e di figli viziati. […] Si è esaurita da tempo la fervida attivitàedilizia promossa dall’economia urbana comunale; il regime oligarchico ha contratto la cilentela degli architetti riducendola ad un gruppo di committenti per i quali la cultura non è più esigenza ded espressione civile, ma in sostanza vezzo e capriccio. […]

Il trapasso dalla condizione sociologica a quella lignuistica è diretto. Se al sano capitalismo del primo Quattrocento corrispondono un atteggiamento razionale, antiscolastico e antiascetico, la rappresentazione prospettica elementare ed omogenea, un’equilibrata ricerca proporzionale, cioè segni di una certa fiducia nella società, alla situazione instabile della fine del secolo e specie del cinquantennio successivo fa eco la crisi di tutti questi valori, e quindi il crollo del razionalismo rinascimentale. L’intera vita di Michelangiolo può essere interpretata in chiave di un dibattersi tra i valori falliti della Rinascenza cui non vi è nulla da sostituire.

[…]

E’ un’età di dilapidazione espressiva. Mancano le basi, la fede, l’energia, anzitutto le ragioni per prolungare la tradizione, ma nell’abbandonarla si sente di compiere un salto nel vuoto, nell’annientamento, ancora nell’alienazione. Il non-finito erompe da questa condizione, da scatti furenti, eversivi, da gesti repentini che non sanno placarsi in un ordine linguistico costituito perché sorgono dall’inconscio bisogno di schiantarlo.

[…]

Una situazione in cui il linguaggio razionale si disintegra e degrada, senza alternative; in cui il mondo professionale si atomizza e, per un largo settore, subisce un processo di burocratizzazione delle corti; in cui l’artista rimane tremendamente solo, mentre si delinea un’industria culturale che corrompe, prima ancora di opprimere, la sua libertà; in cui ogni valore della vita associata naufraga e domina un’aspettativa di catastrofe - c’è forse nella storia un periodo in cui l’uomo moderno possa meglio riconoscersi?

[…] Tra le due guerre mondial, il razionalismo moderno ha rappresentato l’estremo tentativo di riscattare con la loghica la vita, di approntare una regola riconoscibile e tale da a mmettere una didattica normativa. In chiave quadridimensionale e nell’ambito di più complessi equilibri dinamici, il funzionalismo, nelle sue indagini scompositrici e nella ricerca modulare, presenta chiari riferimenti al classicismo rinascimentale. La generosa illusione dura quasi un trentennio, come allora; poi entra in crisi senza che si configurino stabili alternative; crolla con i massacri. Ogni sforzo per risuscitarla appare velleitario e, in fondo, anche reazionario perché il repertorio razionalista viene comprato dai monopoli e dai poteri costituiti che ne accettano le forme minandone i contenuti e i significati; come avvenne al filone classicistico durante l’età manierista. Viviamo nella dissipazione del linguaggio: la maggior parte degli architetti si dibatte nel dilemma di rimanere ligi alla tradizione razionalista, unico dato storico accertato, e l’urgenza di soppiantarla. […] Michelangiolo esprime il mondo dilaniato in cui vive con uno strumento preciso: il non-finito, cioè con l’istinto, che poi diviene metodo, di non imporre soluzioni concluse a problemi aperti. […] Il non-finito invera un assunto morale prima che uno stato psicologico. Dice: l’artista, in un’età come questa, o si riallaccia ad un passato consumato e sconfitto, oppure evade in gratuite mitizzazioni; bisogna avere il coraggio di respingere le norme, e quindi i formalismi che le rivestono, e lasciare interrogativi in sospeso là dove non vi è valida risposta.

Anche oggi le architetture più significative sono quelle che si sottraggono ad una forma immacolata e perfetta, e ad un esame accademico appaiono incompiute, sospese; potremmo denominarle “architetture del gesto, o d’azione” perché puntano sul processo creativo più che sulla proiezione di presunti principi universali o sulla scolastica correttezza del prodotto finale.

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